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Il Lingotto non basta più
Editoriali

Il lingotto non basta piùdi Linda Lanzillotta (Europa)

Tutti coloro che hanno creduto nel progetto del PD e soprattutto coloro che vogliono continuare a crederci - iscritti, simpatizzanti, elettori, benevoli osservatori - si sarebbero forse aspettati che dopo una dura sconfitta elettorale si aprisse una riflessione sincera per spiegare quello che è successo ad un Partito che solo un anno fa rappresentava la speranza dei progressisti italiani e un possibile modello per quelli europei, che catalizzava l’entusiasmo di un elettorato multiforme e vitale e che  oggi incarna la sconfitta di una intera classe dirigente.

Una classe dirigente che dopo quindici anni si ritrova rinserrata in un sostanziale 25 per cento (calcolando la massiccia ma temporanea astensione della Sicilia) rappresentativo - come ci spiegano tutti gli analisti dei flussi elettorali - della parte meno dinamica della società italiana. Un dato che traduce un giudizio severo sui riformisti del centrosinistra ai quali si rimprovera di non avere saputo modernizzare il paese quando ne hanno avuto l’opportunità e, oggi, di non avere idee credibili per il futuro. Ecco perché ho trovato davvero sconcertante che, chiuse le urne, a risultato ancora caldo, i nostri leader siano partiti a raffica a lanciare candidature alla segreteria, a schierare le truppe in campo, senza prima interrogarsi seriamente su dove dirigere la bussola della politica.

Da una parte una candidatura che allude a un ritorno ai valori tradizionali della sinistra, al rifiuto del “nuovismo” democratico con l’aspirazione ad interpretare i ceti e le culture di riferimento della sinistra italiana per riuscire ad attrarre almeno una parte di quegli elettori che, in virtù delle soglie di sbarramento elettorale, hanno perso rappresentanza parlamentare sia a livello nazionale che a livello europeo. Un disegno che evidentemente ritiene non sufficientemente premonitore il risultato delle elezioni europee nelle quali meno di un elettore su dieci degli aventi diritto (tra astenuti e voti espressi) ha votato per la socialdemocrazia europea la quale  sembra quindi incamminata verso un inesorabile declino.

Dall’altra parte l’appello accorato a ritornare allo “spirito del Lingotto”. Ma basta questo appello per riuscire a recuperare e a trasmettere quello spirito di innovazione, quella voglia di cambiamento, quella spinta a gestire il partito in un modo nuovo, aperto alla società senza più giochi e lotte tra fazioni, per rendere forte e competitivo il progetto del Partito democratico così anticipatore rispetto alla crisi dei progressisti europei? Basta per fare del PD un’alternativa di governo credibile così necessaria nel momento in cui a destra si cominciano ad aprire le prime vistose crepe?
Personalmente non lo credo. Non lo credo perché quello che oggi ci chiede il Paese è qualcosa di  diverso da ciò che ci chiedeva due anni fa. Di mezzo c’è stata la crisi della finanza e dell’economia globale, di mezzo c’è stata la capacità dei governi conservatori europei di dare risposte convincenti e rassicuranti ai loro popoli. Di mezzo c’è stata invece, in Europa, l’afasia dei progressisti e della stessa Europa.

L’agenda del Lingotto e lo spirito che la animava nascevano dall’esigenza di segnare la discontinuità forte e netta del Partito Democratico rispetto all’esperienza dell’Unione, di affermare la cultura riformista del nuovo Partito rispetto ad una sinistra estremista e conservatrice, di scrollarsi di dosso quella pesantissima responsabilità che agli occhi degli italiani coinvolgeva l’intera coalizione e che consisteva nell’avere frenato il Paese, di averne bloccato la capacità di crescita e la competitività rallentandone lo sviluppo in settori strategici (dall’energia all’ambiente, dall’istruzione al welfare). E per perseguire questa forte discontinuità programmatica postulava, sul piano della cultura politica e dei valori riferimento, una nuova fusione che, certo, integrasse il filone socialista e postcomunista con quello cattolico ma innestasse nel dna del nuovo partito anche valori e principi liberali e una moderna visione ambientalista che aiutassero a definire un nuovo modello di sviluppo economico. Il progetto, ambizioso, non è cresciuto e il PD si è ritrovato ad inseguire pulsioni giustizialiste e politiche conservatrici su tutti i temi sui quali avrebbe dovuto invece sfidare il Governo sul terreno della modernizzazione e dell’innovazione (dalla scuola all’università, dalla sicurezza al welfare).
Oggi però non si tratta solo di recuperare il tempo perduto: quel progetto da solo non basta più perché da una parte ha perso la sua carica di novità ma soprattutto perché non affronta minimamente, né sul piano dei valori, né su quello della policy, la nuova fase dell’economia globale.

Era insomma, quella del Lingotto, un’agenda in qualche misura già datata che concludeva una fase della nostra storia piuttosto che dare una chiave di lettura originale e progressista del secolo della globalizzazione. E per questo metteva ancora al centro questioni che avrebbero dovuto essere da tempo acquisite mentre non riusciva ad anticipare i temi che sarebbero diventati presto il focus della politica mondiale alimentando un dibattito che, almeno apparentemente, sembra oggi  rimettere in discussione quanto il centrosinistra solo di recente e con grande fatica ha inglobato nel proprio patrimonio culturale: la libertà, il mercato, la libertà di circolazione del lavoro e dei capitali, la concorrenza, il valore dell’imprenditorialità individuale. Valori e obiettivi cui il centrosinistra ha aderito ma che, evidentemente, non si sono ancora solidamente piantati nella cultura dei riformisti italiani se è bastata la sconfitta e il disorientamento che ne è seguito a far fare a una parte del PD,  una drammatica regressione su posizioni conservatrici: dalla riforma della contrattazione alla difesa dello status quo nella scuola e nell’università, dalla difesa acritica del pubblico impiego alla politica del tassa e spendi. Valori e obiettivi che invece vanno riaffermati ma che postulano la capacità di elaborare una visione nuova della società, dell’economia, delle politiche pubbliche. Non un ritorno all’indietro ma una spinta verso un futuro tutto da esplorare e da costruire. E’ questo che ci è mancato in questi mesi. Certo, il partito; ma prima di tutto la politica.

Ma è da lì che bisogna ripartire. Rifiutando una semplicistica lettura delle risposte alla crisi come il ritorno a forme di neostatalismo e di rifiuto del mercato per scrutare invece la società italiana e identificare i partner – sociali e politici - di una politica progressista, per capire quali possano  essere oggi, in Italia come in Europa, i soggetti interessati al cambiamento, all’innovazione, alla modernizzazione. Insomma investire davvero sul futuro leggendo la realtà con gli occhi di chi già da un pezzo ci vive dentro: perché fa impresa o è lavoratore autonomo in un mondo aperto che non si richiuderà, perché si occupa o vorrebbe occuparsi di scienza e di tecnologia, perché vive e lavora su internet e vuole più megabit, perché ha bisogno di un welfare che risponda alle nuove forme di lavoro e di organizzazione del tempo (tempo della giornata e tempo della vita), perché è una donna che lavora o aspira a lavorare e ha bisogno di più servizi e di meno lavoro oggi che è giovane in cambio di più lavoro a 60 anni quando sarà ancora in piena efficienza fisica e intellettuale, perchè vuole uno Stato che concili tolleranza e integrazione con il rispetto della legalità e della sicurezza delle persone e delle imprese, perché non ne può più di dover accettare l’intermediazione della politica (anche di quella di centro sinistra) per fare qualsiasi cosa: da una visita medica a trovare un’occupazione.

E interrogarsi laicamente sui limiti di un bipolarismo che, applicato ad un Paese privo di un substrato di valori nazionali e civici forti e condivisi, si è tradotto in una contrapposizione paralizzante che ha bloccato l’Italia impedendo riforme che, per dispiegare i propri effetti, hanno bisogno di larghi consensi e di tempi superiori a quelli di una legislatura. E domandarsi se tutto ciò non abbia sfibrato l’Italia, reso la politica impotente e generato una rassegnata quanto generalizzata sfiducia dei cittadini nei confronti della democrazia rappresentativa.
Riprogettare l’Italia dunque partendo concretamente, pragmaticamente dal bisogno di cambiamento dei ceti più innovativi e con loro elaborare il nostro progetto, un progetto che parli a quelli che quando c’erano il PCI e la Dc non erano nati e che chiedono quindi una politica capace di migliorare la loro vita di oggi e di domani e non di regolare i conti in sospeso con la storia di una  generazione carica di frustrazioni. A questo  penseranno gli storici: noi dobbiamo guardare avanti. Questi sono gli anni, i mesi, le settimane per farlo, se vogliamo avere qualche speranza di ritornare ad essere attrattivi per gli elettori. Le elezioni sono alle spalle: mi auguro che almeno ora di questo si discuta nel PD e che il confronto tra i candidati alla leadership si  misuri con questi temi.

 

 

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