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Domenica 05 Luglio 2009 00:00    Stampa E-mail
La svolta privata delle fondazioni per liberare i servizi pubblici locali
Editoriali

a svolta privata delle fondazioni per liberare i servizi pubblici localiLinda Lanzillotta (Il sole 24 Ore)

I servizi pubblici locali sono da anni in una situazione di stallo. Un settore in cui la concorrenza produrrebbe notevoli benefici in termini di crescita e di riduzione dei costi per famiglie e imprese continua invece ad essere condizionato dai sistemi di potere locali che ruotano intorno alle società municipali.

Ci ha provato il centro-sinistra ma il ddl che portava il mio nome e che (con l'unica eccezione del settore idrico) avrebbe avviato un vero processo di liberalizzazione è stato stoppato dalle resistenze degli amministratori locali. Ci ha provato il centro-destra con l'articolo 23 bis della legge 133/2008 che, alla prova
dei fatti, si è rivelato inattuabile a causa delle inestricabili contraddizioni e deroghe inserite nel testo.

È stata quindi saggia la scelta dell'Antitrust che, nella sua ultima  Relazione, ha suggerito un diverso approccio che credo valga la pena di sviluppare. Se, infatti, come è ormai dimostrato, l'ostacolo ricorrente è rappresentato dalla sistematica resistenza opposta al processo di  liberalizzazione dagli enti proprietari delle aziende, allora bisogna prendere atto che lo schema classico "liberalizzare prima, privatizzare (eventualmente) dopo" in questo caso non funziona. Bisogna quindi rovesciare l'ottica e affrontare in via prioritaria il tema della proprietà delle aziende che gestiscono i servizi pubblici locali.

La separazione tra proprietà e regolazione - funzioni oggi entrambi intestate agli enti locali - consentirebbe di sciogliere il principale conflitto di interesse che impedisce una efficiente tutela degli utenti da parte delle amministrazioni a ciò deputate e farebbe degli enti locali i più convinti sponsor di un processo di liberalizzazione nel quale ad essi, insieme alle autorità di settore, verrebbero assegnati compiti di regolazione e di vigilanza. Per questo è molto interessante l'idea, ora rilanciata dall'Antitrust, di coinvolgere le Fondazioni bancarie in un processo di privatizzazione delle utilities locali analogo a quello che ha visto negli anni '90 la trasformazione delle banche pubbliche.

Mentre, infatti, non sarebbe neppure proponibile un trasferimento di beni di eccezionale valenza sociale e ambientale, quali appunto sono i servizi pubblici locali, ad investitori speculativi o orientati ad una pura logica di mercato, diverso sarebbe l'approccio delle Fondazioni bancarie, soggetti strutturalmente legati al territorio, orientati a investimenti solidi e profittevoli nel lungo periodo, il cui reddito è destinato a finalità sociali capaci di creare sviluppo per i territori dei quali sono storica emanazione. Soggetti privati sul piano giuridico ma solidamente ancorati a interessi sociali e comunitari. Soggetti dunque affidabili sul piano della responsabilità sociale, come la bufera della finanza globale ha dimostrato. Per i servizi pubblici locali il ragionamento sarebbe sostanzialmente analogo: azionisti "privati" istituzionali, con forte responsabilità sociale distinti e reciprocamente autonomi rispetto ai decisori politici sia nazionali che locali, in grado di orientare le aziende controllate ad una forte cultura d'impresa. Allo stesso tempo soggetti finanziariamente in grado di garantire alle reti locali quegli investimenti che oggi gli enti locali, paralizzati dai vincoli del patto di stabilità, dall'aumento del debito e dal processo di convergenza innestato dal federalismo fiscale, non riescono più a finanziare; tutti fattori che concorrono al progressivo e ineluttabile degrado delle nostre infrastrutture territoriali.

Per gli enti locali sarebbe certo una rivoluzione: da una parte non potrebbero più condizionare in modo diretto (e spesso improprio) le economie del territorio attraverso la proprietà delle aziende ma, in cambio, avrebbero l'opportunità dì"ridurre la loro patrimonializzazione e di acquisire le risorse necessarie per finanziare investimenti senza aumentare il debito. Ma soprattutto, liberati dai conflitti di interesse che oggi li bloccano, Comuni e Province potrebbero diventare essi i promotori della liberalizzazione e della modernizzazione dei servizi locali con effetti molto positivi sulla crescita e sulla qualità della vita.

Ci sono dunque molte buone ragioni per approfondire la fattibilità di una riforma di grande impatto economico, istituzionale e politico. Una riforma dalla parte dei cittadini e delle imprese e contro le tante rendite monopolistiche. Una riforma nell'interesse del paese su cui tentare di costruire un progetto condiviso.

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