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Giovedì 23 Luglio 2009 00:00    Stampa E-mail
Idee nuove, la vera sfida
Editoriali

Idee nuove, la vera sfidaDi Linda Lanzillotta (Europa) 

I partiti progressisti, in Italia come in Europa, non parlano più alle parti più dinamiche della società. Come tutte le ricerche ci confermano, dentro i partiti che derivano dalla tradizione politica del 900 le costituencies sono largamente composte da persone che appartengono ai settori più conservatori della nostra società.
Per riuscire a veicolare dentro i partiti idee, visioni, progetti che sappiano interpretare prima e parlare poi ai pezzi più dinamici della società italiana ed europea occorrono luoghi e strumenti  diversi. A questo oggi dovrebbero servire i think  tank, sul cui ruolo si è molto discusso. Oggi devono fare la loro parte cercando di giocare, magari anche solo in minima parte, il ruolo che i think tanks hanno giocato nei contesti politici (molto diversi dal nostro) in cui sono storicamente nati.

Negli Stati Uniti dove i partiti non assumono la forma di strutture organiche, verticali e totalizzanti ma aggregazioni plurali e composite alla cui identità politico programmatica concorrono una serie di centri culturali e di aggregazioni sociali che sono stati fondamentali, dopo l’era clintoniana, a ricostruire un pensiero democrat che avesse la forza di contrapporsi ai neoconservatori repubblicani. O in Gran Bretagna dove i think tanks di area progressista tra la fine degli Ottanta e i primi dei Novanta realizzarono addirittura una sorta di take over culturale sull’Old labour per costruire quella nuova visione sociale e quelle strategie di policy che furono alla base della Terza Via e del New Labour.

L’esperienza italiana è ovviamente molto diversa ma oggi vediamo quanto sia necessario avere dei luoghi diversi dai partiti, più aperti, più fluidi, più connessi alla società nei quali costruire una nuova capacità di analisi. E il problema non è evidentemente solo italiano se anche negli altri Paesi europei, nei quali i socialdemocratici hanno registrato pesanti e ripetute sconfitte elettorali, i think tanks stanno assumendo un ruolo importante nella ridefinizione dell’identità culturale e programmatica di quei partiti. Ed effettivamente se guardiamo a quello che viene ormai riconosciuto come l’atto di nascita dell’identità democratica, e cioè il Lingotto, ci ritroviamo molte delle idee e delle proposte che erano venute maturando proprio nei think tanks, a cominciare dagli appuntamenti annuali di Glocus a Frascati.

Per molti versi l’agenda del Lingotto riguardava la missione che il centrosinistra avrebbe dovuto realizzare nell’ultimo scorcio del Novecento iniziato nel 1989, e non conteneva invece il tentativo di una lettura originale  e progressista del secolo della globalizzazione. Mentre al contrario la destra, in Italia e in Europa (pensiamo a Sarkozy in Francia), riusciva ad anticipare le risposte ai sentimenti popolari suscitati  dai flussi migratori e dal loro impatto sulle nostre società: dalla mobilità dei capitali con la delocalizzazione delle imprese alla mobilità del lavoro con la concorrenza di una manodopera a basso costo, dalla internazionalizzazione dei mercati ai problemi della sicurezza. E proponeva come innovative e moderne risposte di stampo protezionista, talvolta xenofobo, ma soprattutto antieuropeiste e tutte caratterizzate  dal ritorno ad un ruolo forte dello Stato nell’economia. Risposte criticabili da molti punti di vista ma certo concrete e rassicuranti come si è visto nel corso della crisi. E, in fondo in fondo, non invise a buona parte della sinistra (soprattutto quella radicale ma non solo) che nelle risposte “antimercatiste” ha visto la conferma del fallimento di politiche basate sulla cultura del mercato, della libertà individuale e d’impresa.

Dopo il Lingotto si è vista, peraltro, la grande difficoltà del centrosinistra, ad adattare come bussola del suo agire politico qull’agenda per la modernizzazione che pure, pochi mesi prima l’aveva entusiasmato: pensiamo alla scuola, alla sicurezza, ad alcune parti dell’azione portata avanti da Brunetta, alla riforma dei contratti. Di fronte a tutto questo il Lingotto è stato seppellito ed è riemersa la cultura del no, la cultura del tassa e spendi, la cultura cioè di quelle minoranze che a poco a poco hanno finito per costruire la base prevalente, se non esclusiva, del consenso di un Pd senza più forza espansiva e senza più ambizione maggioritaria.

La crisi della socialdemocrazia in Europa nasce dal fatto che, a conclusione del lungo ciclo dei governi socialdemocratici, le disuguaglianze di reddito sono aumentate, è aumentata la concentrazione della ricchezza ed è rimasta uguale o talvolta diminuita la mobilità sociale. Questi risultati sono il frutto da una parte dell’avere accettato spesso acriticamente o in modo subalterno al potere economico finanziario mercati senza regole. E, dall’altra parte di non aver realizzato quei cambiamenti in grado di accompagnare i mutamenti della struttura sociale ed economica del paese con le riforme necessarie a realizzare nuove forme di giustizia sociale. La sfida per i progressisti oggi è riuscire a costruire proposte di cambiamento degli attuali assetti che partano da una nuova idea di uguaglianza che fonda i valori tradizionali della sinistra con un progetto politico che punti al cambiamento al futuro e alla modernizzazione. E che, per questo, possa davvero avere un’ambizione maggioritaria.
Senza idee nuove ci si ripiegherà inevitabilmente su forme politiche vecchie e minoritarie. L’augurio è di ritrovare questa ricerca e questa ambizione nelle piattaforme programmatiche dei candidati alla segreteria del Pd.

 

 

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