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Sabato 28 Novembre 2009 00:00    Stampa E-mail
L’Unione Europea e i nuovi “top jobs”: tra Storia e storielle
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L'unione eurpea e in nuovi top jobsdi Mario Di Ciommo
Ad una settimana dalle designazioni del belga fiammingo Herman Van Rompuy a Presidente del Consiglio europeo e dell’inglese Catherine Ashton ad Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea può esser utile una rilettura di fatti e commenti relativi alla vicenda.

Diffusamente deludenti i commenti per la loro ripetitività, nonché per i toni, spesso lagnosi e a volte ai limiti dell’offensivo. Si è parlato in tutta Europa di “Mr Nessuno” e di una “sconosciuta le cui sole qualità al momento sono quelle di essere una donna, una socialista, una britannica”, “una donna, certo non la più brillante”; di “sconosciuti”, “scialbi”, “privi di carisma e visibilità”, “personaggi dal profilo basso e noioso”, “leader che non brillano”, di un “duo anonimo”, di “una Ue troppo grigia”, di una “via suicida del minimo comune denominatore”. Ancora, dopo esserci sorbiti per anni la storiella del numero di telefono di Kissinger, oggi leggiamo “se questi sono i titolari, è dubbio che qualcuno possa mai provare il bisogno di comporlo”. Addirittura c’è chi è arrivato a sentenziare che “l’Europa ha sprecato la sua prima grande occasione di dimostrare che il trattato di Lisbona le offrirà, finalmente, gli strumenti politici per far valere il suo ascendente sulla scena internazionale”, e di “evitare di scivolare verso un mondo bipolare, dominato da Stati Uniti e Cina”. Sarebbe davvero straordinario se davvero si fosse riusciti in un’impresa del genere!
Non so al lettore, cosa possono suscitare commenti e toni di questo tipo; sfoghi più che analisi. Immagino nausea e disaffezione. Quella che poi contribuisce a tener lontani i lettori dalle questioni europee.

Una delle critiche più diffuse è stata quella della mancanza di democraticità delle procedure che hanno portato alle designazioni. Come se – mutatis mutandis - tutte le cariche in tutte le democrazie nazionali prevedessero l’elezione diretta da parte dei popoli sovrani mentre nella grigia Unione europea vi fosse questo ingiustificato viziaccio di spartirsi le poltrone sulla base di giochi oscuri. Dato per assunto che quanto più si riuscirà a rendere democratico il funzionamento dell’Unione tanto meglio sarà, va ricordato che le procedure seguite sono iscritte nel Trattato di Lisbona, approvato dai Parlamenti nazionali degli Stati membri della UE e che le nomine sono state effettuate da capi di governo che siedono nel Consiglio europeo. La Ashton, peraltro, dopo esser stata designata dovrà esser “confermata” dal Parlamento europeo. Procedura di sicuro perfettibile in un’ottica di maggiore democraticità. Ma da qui a parlare di conferma della “mancanza di democraticità” nelle istituzioni della UE, ce ne passa, suonando il tutto più come un atto di disinformazione che di informazione critica.

Anziché insinuare sospetti sui meccanismi che hanno portato alla scelta proprio di “quei due”, bisogna provare a capire la delicatezza dell’esercizio che è stato fatto. Alla base di tutto c’è la ricerca di un equilibrio tra i vari fattori di cui tener conto, delle istanze da bilanciare: Stati membri (piccoli vs grandi), appartenenze politiche (destra vs sinistra), genere (maschile vs femminile). Si noti, poi, come ad esser rappresentati nel risultato finale siano un paese storicamente eurofilo ed un paese storicamente euroscettico. In definitiva, l’esercizio di equilibrio politico sembra sostanzialmente riuscito.
È interessante rileggere le parole – pregne di senso di responsabilità istituzionale - di Van Rompuy a proposito di come interpreterà il suo ruolo di Presidente del Consiglio europeo (e non dell’Europa, sia chiaro!): “le mie opinioni personali non avranno nessuna importanza e non le farò conoscere. […] Non è importante ciò che penso, ma il mio ruolo è di cercare un consenso tra i 27 Stati membri. […] Agirò in concertazione permanente con il Presidente della Commissione e del Parlamento europeo con una preoccupazione costante d’equilibrio tra le istituzioni. Lo farò anche con le presidenze di turno”. Promozione di consenso e continuità nel lavori sembrano, dunque, gli obiettivi primari del mandato di Van Rompuy. Oltre che le carte vincenti della sua candidatura.

Di certo, il fatto di avere oggi un Presidente del Consiglio europeo ed un Alto rappresentante nella cornice del trattato di Lisbona dà all’Unione nuove e grandi potenzialità in termini, in primis, di efficacia politica sulla scena internazionale. In questo senso suonano significativi i messaggi di congratulazioni di Barack Obama (“gli USA non hanno partner più forti dell’Europa per diffondere la sicurezza e la prosperità nel mondo”; Obama ha anche detto di considerare il trattato di Lisbona e i due nuovi incarichi come capaci di rafforzare l’Europa e consentire a questa di essere un partner ancora più forte  per gli USA) e Wen Jibbao (che ha apprezzato le nomine ed espresso il proprio plauso al nuovo trattato, entrambi tappe importanti per l’integrazione europea; integrazione che “sostieniamo poiché siamo a favore di un mondo differenziato e multipolare”).

Certo, i due nomi non sono di alto profilo. Ma in un’Europa in cui sono gli Stati a decidere il passo, a fronte del sempre più saldo asse franco-tedesco, davvero qualcuno si aspettava qualcosa di diverso? Se la risposta è no, lo sbottare di tutta questa delusione per gli esiti della procedura di nomina sembra pretestuoso. Molti hanno, del resto, sottolineato come la forza dell’Europa non sia nelle persone, ma nelle istituzioni. Basta guardare alla storia europea e pensare per esempio a come un Jacques Delors – considerato oggi una delle personalità più importanti della storia dell’integrazione europea - non sia stato accolto proprio come un leader carismatico! Dunque, la storia potrebbe (dovrebbe) insegnarci ad essere un po’ più prudenti (e ben disposti!) nei giudizi. E ciò è inevitabile in un consesso in cui la dimensione intergovernativa è predominante, togliendo così aria e spazio alla possibilità di un rapporto più diretto tra cittadini e istituzioni europee.

Peso degli Stati e appartenenza ad una famiglia politica: questi sono stati i criteri che hanno deciso questa tornata di nomine. È emerso con forza come siano gli Stati nazionali a decidere. Come il duo Francia Germania sia sempre più saldo (mentre l’Italia sembra relegata all’insignificanza politica nell’Unione). Come l’Europa, quindi, sia ancora fortemente intergovernativa più che comunitaria. Premesso tutto ciò, resta il fatto che oggi l’Unione ha nel suo arco frecce di cui, per anni, tantissimi commentatori, in ogni parte del mondo, hanno lamentato la mancanza. Quegli strumenti oggi ci sono. E con essi nuove grandi potenzialità da tradurre in realtà politica.

 

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