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| Obama e l'Europa che non c'è; ne parliamo con Francois Lafond |
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LSDP) A proposito delle alleanze globali USA, il 2009 è stato l’anno del debutto e dell’abbandono quasi immediato del G2 tra USA e Cina. Colpa del vertice di Copenhagen? Oppure come dice la stampa conservatrice semplicemente Google ha avuto più coraggio del Presidente? F.L.) Questa questione pone il problema della governance globale, non solo delle alleanze. E’ ormai ovvio che la Cina con il suo tasso di crescita stellare e il suo peso demografico è l’unica vera potenza crescente nel mondo. Quali saranno le conseguenze per la Cina? E quale ruolo assumerà nella governance globale in economia, ambiente, terrorismo? E a quale prezzo? Per ora non abbiamo una risposta chiara, neanche da parte dei cinesi. Copenhagen è stato un appuntamento emblematico: abbiamo capito che l’Europa conta poco, che la Cina quando fa sul serio riesce a dar fastidio a tutti e che gli Stati Uniti non dominano più il mondo. Il punto è come far convivere queste superpotenze. Le Nazioni Unite non sono abbastanza efficienti. Il G2 non può bastare, forse il G20 potrebbe essere la soluzione. LSDP) L’Europa conta pochissimo. Effettivamente non sembrerebbe più essere una priorità per gli USA, vero? F.L.) Sì e no. Gli USA sono meno presenti nei paesi dell’Est e questa nuova amministrazione considera che non ci sono più problemi in Europa. Abbiamo un’organizzazione istituzionale e giuridica comune unica, siamo la prima potenza economica mondiale, siamo in pace. Siamo diventati una sorta di grande Svizzera. In teoria dovremmo essere capaci di avere una difesa europea e di gestire le sfide globali. Gli Stati Uniti, poi, hanno scoperto altri fronti e altre sfide come dicevamo in precedenza e quindi hanno ridotto energie, soldati e soldi in un territorio che non corre molti rischi. Dovremmo essere noi in grado di dare una mano agli Stati Uniti, ormai ce la dovremmo fare da soli. LSDP) Ma l’Europa è in grado di farcela da sola? F.L.) Secondo me non abbastanza. Per fortuna, non siamo in guerra con nessuno. Tuttavia non siamo in grado di proiettare veramente la nostra forza all’esterno, né di imporre una visione di politica estera precisa. Il giorno in cui avremo bisogno di un vero esercito europeo non saremo in grado di metterlo in azione, ma questo è colpa degli Stati membri non degli USA. LSDP) Gli USA hanno avuto il numero di telefono che Kissinger cercava con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona? Esiste l’Unione Europea per Washington? F.L.) Si, hanno trovato il numero di telefono. Hanno quello della Ashton, di Van Rompuy e di Barroso. Ma non è tanto una questioni di numeri. Il problema è sapere se l’Europa voglia essere una vera potenza o no. Non credo che i governi attualmente al potere abbiano voglia di continuare a trasferire poteri agli organi sovranazionali. Abbiamo visto la fatica nel ratificare il Trattato di Lisbona, i nostri governanti hanno chiaramente bloccato ogni passo in avanti per i prossimi anni. E’ possibile che presto ci renderemo nuovamente conto che da soli non contiamo nulla di fronte agli USA, la Cina e le altre potenze regionali. LSDP) Una battuta sulla Turchia, tema comune a UE e USA. Che fine ha fatto l’impegno americano? F.L.) Obama ha rivoluzionato tutta la politica estera americana rispetto a Bush, tranne la Turchia. Nel suo discorso a Istanbul ha nuovamente chiesto di far entrare la Turchia nell’Unione. Il discorso è complicato dal veto francese, tedesco, austriaco e di altri paesi. Ancora una volta si tratta di un problema di comunicazione importante. Gli Stati membri sono stati piuttosto ipocriti, perché da quarant’anni hanno chiesto riforme continue alla Turchia nell’ottica dell’adesione e poi arrivato il giorno in cui Ankara ha chiesto tempistiche più chiare, gli europei si sono resi conto della difficoltà di integrare un paese cosi grande nel sistema istituzionale ed economico. Esiste certamente un problema culturale, me per la Francia che ha il 10% della popolazione musulmana sarebbe comodo dimostrare che l’UE non è solamente un club cristiano. Le difficoltà vere sono altre: la Turchia nell’UE significa 80 eurodeputati in più in un parlamento che è già pletorico e migliaia di funzionari da inserire nelle istituzioni. La Turchia avrebbe un peso numerico pari alla Germania, superiore a quello della Francia e dell’Italia. Esiste, poi, un problema di budget: la Turchia porta con sé nuove regioni povere da sussidiare con i fondi strutturali. E’ una situazione che gli Stati membri non riescono ad accettare, ma di cui si sono accorti tardi. LSDP) Ultima domanda, come lavora il GMF? Quali sono le sue attività principali? F.L.) Abbiamo quattro pilastri principali. Il primo è grantmaking: a partire da proposte precise, aiutiamo altri think tank o gruppi ad organizzare eventi specifici sulle relazioni transatlantiche o a singoli organismi (ONG, think tank) che secondo il nostro board e in funzione di alcuni criteri, hanno bisogno di sostegno per rafforzare la democrazia ed il suo funzionamento. In secondo luogo siamo un think-tank: lavoriamo su immigrazione, cambiamento climatico, economia, commercio internazionale. Produciamo i Transatlantic trends che è una pubblicazione annuale con l’obiettivo di sondare lo stato delle relazioni tra Europa e USA. Quest’anno abbiamo indagato l’effetto Obama, l’effetto della crisi economica internazionale e le questioni ambientali. Il terzo pilastro è dedicato all’organizzazione di grandi conferenze, come l’Halifax Forum sulla sicurezza internazionale dello scorso autunno in collaborazione con il governo canadese, il Brussels Forum, che si svolge da cinque anni, dopo il Consiglio dei ministri europei di primavera o ancora la conferenza abbinata ai summit della NATO. Infine, il quarto pilastro è di networking: per esempio con il programma del Marshall Memorial Fellowship selezioniamo giovani leader in 22 paesi europei per mandarli negli Stati Uniti per tre settimane e viceversa dagli USA all’Europa, per far conoscere meglio le due sponde dell’Atlantico a color che probabilmente avranno responsabilità importanti negli anni a venire. (Intervista realizzata da Andrea Garnero)
A cura di: www.lospaziodellapolitica.com
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Oggi riprendiamo gli aggiornamenti di EuroMEDitazioni, la nostra rubrica su Limesonline. In contemporanea con l’uscita del nuovo numero di Limes “C’era una volta Obama”, abbiamo voluto intervistare Francois Lafond, giovane direttore dell’ufficio parigino del German Marshall Fund e acuto analista delle relazioni transatlantiche. Siamo partiti da un confronto tra l’obamamania americana e quella europea, per arrivare ad un’analisi disincantata del ruolo sempre più marginale dell’Europa a livello globale. Un approfondimento da non perdere. Buona lettura. E buone “euromeditazioni”.










